A
GENNAIO UN’ASTA RISCHIA DI STRAVOLGERE DEFINITIVAMENTE UN PEZZO
DEL NOSTRO QUARTIERE
E
DELLA NOSTRA STORIA:
ALLARME
ROSSO!!!!!
- LA PREMESSA
- LA SVENDITA DI UN PATRIMONIO PUBBLICO
- IL NUOVO SACCO DI ROMA
- I PROPOSITI DELL’ATAC
- LA MOBILITAZIONE DEI CITTADINI
- IL METODO: AFFERMARE UNA REALE PARTECIPAZIONE
- COSA SERVE A QUESTO QUARTIERE
- AVVIARE UNA NUOVA STAGIONE DI PROTAGONISMO DEI CITTADINI
LA
PREMESSA
Tra il 2005 e il
2006 il Comune di Roma ha definito (con memoria di Giunta approvata
nel Novembre 2006) le strategie per la dismissione e riconversione
del patrimonio immobiliare di proprietà ATAC spa. Allo scopo
di ripianare il debito accumulato in anni di pessima gestione
economica del servizio di trasporto pubblico urbano,
l’Amministrazione Comunale ha avviato l’operazione
denominata Rimesse in gioco|Depositi d’idee,
conclusasi con la valutazione dei progetti vincitori da parte di una
giuria il 16/11/07.
Formalmente è
stato presentato come un concorso internazionale di architettura, per
l’individuazioni di idee atte alla riqualificazione
urbanistica, con un programma di interventi sostenibile in coerenza
con l’interesse pubblico. Paroloni!
In realtà
ciò che emerge chiaramente è il tentativo di far
passare dall’alto un processo di riconversione funzionale
delle rimesse dei tram collocate in aree strategiche del VI e XVII
Municipio ad alto valore immobiliare, per usi diversi dal servizio di
trasporto pubblico locale. In concreto il concorso è
servito solo a stabilire, attraverso un finto percorso partecipativo
e creativo (subordinato a scelte già prese), le nuove
destinazioni d’uso e la Superficie di progetto massima
consentita, necessarie alla rideterminazione del valore immobiliare
delle aree, per vendere gli spazi a costruttori privati con il
principale scopo di far soldi. Si tratta dello scippo di un
bene comune!
Al Pigneto, si
vuole chiudere il deposito di Porta Maggiore,
sorto tra l’allora vicolo del Pigneto e la ferrovia Roma-Frascati,
attivo “per il ricovero delle vetture” del servizio di trasporto
pubblico dal 1886.
Il deposito di Porta Maggiore è un luogo fondamentale della
memoria storica del nostro quartiere, che è nato intorno agli
insediamenti industriali fuori le mura. La progressiva conversione
industriale del suburbio
prenestino labicano
è data da vari fattori, fra cui la possibilità di non
pagare i dazi doganali che invece il Comune imponeva dentro Roma,
dalla fondamentale presenza delle due consolari Casilina e Prenestina
e delle direttrici ferroviarie per Napoli e Pescara. Di conseguenza
si avvia la lottizzazione dei terreni a fini residenziali, così
che il
quartiere che progressivamente si costruisce si popola perlopiù
da immigrati dal Lazio e da altre regioni d’Italia che cercavano
lavoro nella Capitale del nuovo Regno,
fra questi i ferrovieri, i tranvieri, i netturbini, gli artigiani.
Quello che viene a formarsi è un “mosaico urbano”, un
territorio frammentato, fatto per lo più di edilizia spontanea
non programmata, salvo le residenze convenzionate e delle
cooperative. Oltre al deposito dei tram e al primo centro di raccolta
per la nettezza urbana (ancora attivo all’altezza di Ponte
Casilino), si stanziano sul
territorio impianti industriali
tra i più importanti di Roma; solo per citarne alcuni: il
mulino della Pantanella
per la trasformazione dei cereali, l’industria farmaceutica della
Serono,
quella chimico-tessile della Viscosa
(Carmelo
G. Severino – Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore. –
Gangemi Editrice Roma,2005).
Gli impianti oggi non producono più (il deposito ATAC dovrebbe
chiudere nel 2009, per trasferirsi nell’area presso l’ex Centro
Carni su viale Palmiro Togliatti), lo sviluppo urbanistico della
città e il libero mercato ne hanno determinato la chiusura per
cessazione d’attività o spostamento della produzione in
altri siti. Negli
ultimi decenni, tutte queste aree sono state oggetto di speculazioni
a danno dei cittadini,
dei loro bisogni e delle loro necessità. Speculazioni spesso
riuscite e qualche volta per fortuna impedite, come è stato
per l’area della SNIA Viscosa.
LA SVENDITA DI UN PATRIMONIO PUBBLICO
Perché
si vuole chiudere il deposito?
Perché l’azienda di trasporto pubblica romana è
sommersa dai debiti.
Anche dopo la fusione con la STA spa (la società che gestiva i
parchimetri
e gli ausiliari del traffico)
la vendita dei “gioielli di famiglia” sono l’estremo tentativo di
rimettere i conti in ordine, senza un dibattito pubblico sulle
ragioni di un tale dissesto, senza un esame sulla reale efficacia
delle iniziative messe in campo. A partire dagli anni Novanta –
grazie alla politica di Rutelli e Lanzillotta – le aziende
municipali (ACEA, Centrale del Latte, ATAC, AMA etc) sono state
praticamente privatizzate. Tali scelte economiche puntano ad un
fittizio risanamento del bilancio pubblico e garanzia del servizio,
avendo invece come vero fine un reale ruolo produttivo e strategico
dell’impresa pubblica nel mercato. L’ATAC è l’agenzia
per la mobilità del Comune di Roma. Il
suo compito principale non dovrebbe essere quello di fare profitti ma
di portare a benefici di tipo sociale.
Amministrando il bene comune ‘mobilità’ dovrebbe ragionare
nei termini in cui ad un minore inquinamento corrisponde una minore
spesa sanitaria (meno malattie, meno incidenti, meno invalidi, meno
morti); a un recupero delle
ore lavorative perse nel traffico, una qualità di vita
migliore da dedicare a se stessi e al rapporto con l’altro. Ma le
azioni a cui abbiamo assistito in questi anni con il Piano della
Mobilità, non sono state orientate a soddisfare i bisogni dei
cittadini come sarebbe stato l’abbattimento della Sopraelevata, ma
la potente filiera dei produttori di auto, dei distributori dei
carburanti e dei costruttori di grandi opere che hanno consumato il
territorio e degradato il paesaggio pur di fare strade ad alto
flusso, gallerie e sottopassi fino nel cuore del tessuto urbano.
Per
la spa ATAC ora conta solo fare cassa.
Il presidente Vento non tiene presente che quella che dirige è
patrimonio pubblico, un’azienda pagata a caro prezzo dai cittadini
che ha già ceduto il compito di gestire l’esercizio del
trasporto e la vendita dei titoli di viaggio a delle società
concessionarie esterne. Il risultato lo conosciamo: da una parte la
precarizzazione dei lavoratori e deregolamentazione dei contratti,
dall’altra un progressivo peggioramento del servizio associato ad
un aumento delle tariffe (nel 2009 i biglietti aumenteranno del 10%).
Nonostante ciò, il bilancio di ATAC è ancora in
perdita, e si
vuole vendere il suo patrimonio localizzato nei quartieri più
centrali, puntando sul business immobiliare.
Con
Deliberazione
n. 186
dell’agosto 2005 il Consiglio Comunale approva il piano
economico finanziario 2005-2011
per ATAC spa.
Siamo
alla resa finale ai cravattari e ai palazzinari: le
banche e gli “immobiliaristi” assaltano la diligenza.
Il prestito obbligazionario è in scadenza a febbraio 2008 e
per sopravvivere si è proceduto ad un operazione di “spin
off immobiliare”, ovvero l’utilizzo da parte di ATAC spa di una
società controllata al 100% a cui è stato conferito il
ramo d’azienda contenente il patrimonio immobiliare, con il compito
di valorizzazione economica dello stesso, secondo gli indirizzi degli
organi comunali competenti e l’istruttoria del VII Dipartimento.
Poi l’asta dei depositi per incassare liquidi dai privati.
Alla
fine di questo tunnel non ci sarà grande spazio per “il
rilancio del trasporto pubblico”, l’incasso previsto è pane
per oggi e fame per domani, poi arriverà il turno della
vendita dei tram, delle fermate, ecc. E’
arrivata l’ora che questa musica cambi.
L’occasione viene proposta dalla ribellione degli abitanti del
Pigneto che da anni attendono interventi pubblici che risarciscano
socialmente le sofferenze provocate da un intenso traffico di
attraversamento e una mancanza storica di servizi. Non
possiamo barattare la nostra salute, i nostri diritti con il profitto
a tutti i costi voluto da una politica di sudditanza nei confronti
del capitale privato e degli interessi d’impresa.
IL
NUOVO SACCO DI ROMA
Tali
speculazioni riguardano solo il
Pigneto? Purtroppo
no!
Nonostante si sia
dovuto prendere atto del fatto che Roma non ha più bisogno di
crescere e la città deve essere trasformata dall’interno, per
essere resa più vivibile, più accessibile e più
sostenibile, la flessibilità del “pianificar facendo” ha
permesso di condurre lo sviluppo urbanistico della città con
accordi sistematici con la rendita fondiaria.
Il
risultato è che
nonostante la diminuzione di abitanti di Roma
(l’ISTAT stima nel decennio 1991-2001 l’uscita di 180.000 abitanti da
Roma ai comuni limitrofi a causa dell’aumento del costo della vita)
si
continua a prevedere edilizia residenziale per 400.000 persone
(Paolo
Berdini AA. VV.: Modello Roma, Odradek, 2007).
Che non si tratti nemmeno di libero mercato ma di una situazione
fortemente drogata lo si intuisce dal fatto che più
si costruisce più i prezzi delle case aumentano,
e che l’operazione si regge tramite un asse tra potere politico e
rendita fondiaria. I tagli alle risorse destinati agli enti locali
hanno accelerato questo processo, rendendo il
cambiamento di destinazione d’uso e l’edificazione l’unico sistema
per fare cassa.
Questa scelta non è supportata da alcuna strategia sul
miglioramento della qualità della vita della città, se
non privilegiare il settore medio-alto della popolazione alla quale
sono destinate le nuove costruzioni. Le sistematiche crisi della
borsa e il ritorno dei capitali con lo scudo fiscale del governo
Berlusconi hanno innescato una
salita dei prezzi che ha portato il valore delle abitazioni a
raddoppiarsi nel decennio 1995-2006. Ciò
a cui assistiamo è una fuga delle classi popolari fuori dal
Raccordo Anulare e una progressiva precarizzazione delle condizioni
abitative: coabitazioni forzate, affitti alle stelle, mutui
insostenibili, dilagare degli sfratti.
Siamo
di fronte all’ennesimo sacco di Roma. La differenza con gli anni
Cinquanta e Sessanta e la cementificazione attuale sta nel fatto che
il primo era legato a un’espressione di banditismo legato al
potere democristiano, il secondo invece avviene in una cornice di
grande serenità e ottimismo per il futuro della città,
con uno spruzzo di urbanistica partecipata sponsorizzata dalle forze
politiche del centro sinistra che governano la città da
quindici anni. Gli stessi strumenti urbanistici sono stati indeboliti
negli anni con un uso distorto dell’accordo
di programma a
servizio del meccanismo delle compensazioni.
Basti pensare che la prima variante di programma al Nuovo Piano
Regolatore Generale (NPRG), varato nel 2003, è avvenuta poche
settimane dopo la sua approvazione.
Per
comprendere a fondo cosa comporta un tale meccanismo basti pensare al
caso Tor
Marancia.
In seguito alla battaglia dei cittadini e delle associazioni
ambientaliste tra il 1997 e il 2000 si ottenne un vincolo
paesaggistico che salvò un’area considerata un polmone verde
inalienabile per l’intera città. Il PRG del 1962 prevedeva
l’edificazione di circa 1,8 milioni di metri cubi di cemento e
ventimila nuovi abitanti. Dopo trent’anni l’amministrazione di
Francesco Rutelli era intenzionata a garantire i “diritti
edificatori” dei proprietari e solo una grande mobilitazione e la
responsabilità di pochi istituzionali riuscì a
scongiurarne la cementificazione. Anche
le vittorie si pagano care e ai cittadini di Roma non è stato
regalato nulla.
Nel 2003 il consiglio comunale approvò una delibera che
stabilì non solo che l’area verde doveva essere inserita nel
parco dell’Appia Antica attraverso la cessione gratuita da parte
dei proprietari, ma decisero anche che quelle cubature dovevano
essere compensate altrove. Sancendo ancora una volta che i poteri
forti non si toccano, l’amministrazione questa volta di Walter
Veltroni grazie al meccanismo della compensazione, trasferisce in
altri 15 quartieri periferici i diritti edificatori rivendicati dai
palazzinari che tanto per non fargli torto sono lievitati a 4,138
milioni di metri cubi, a fronte di una edificazione cancellata di
meno di 2 milioni di metri cubi.
Tornando
a noi, anche l’edificazione della Pantanella
a via Casilina è stata un puro esercizio di arricchimento da
parte di costruttori e immobiliaristi. I promessi spazi ad uso
socio-culturale si sono tradotti in un mega Bingo e in attività
commerciali, le case realizzate non hanno nessun contatto con il
resto del quartiere, l’intero complesso rimane in una dimensione di
separatezza vissuta con frustrazione dagli stessi inquilini e da chi
abita intorno a Porta Maggiore che chiede da anni una reale
riqualifica della zona. Questi errori ci rendono chiaro che il
tessuto urbano è vivo, è un organismo complesso che non
può essere vivisezionato a piacere, né sopporta innesti
innaturali che creano rigetto.
Al
Pigneto i risultati del binomio cemento e recupero urbano si sono già
visti con i Programmi di
riqualificazione urbana il famigerato art.
2 L.179/92.
Con questo intervento c’è stato il sacrificio degli ultimi
fazzoletti non edificati del quartiere a favore del ristabilimento
delle cubature preesistenti (anche qua maggiorate) per avere in
cambio alcune opere di ricongiungimento stradale e la costruzione di
un centro anziani, di un centro sportivo e di un centro civico come
oneri concessori. Inutile dire che per la parte abitativa si è
proceduto a tamburo battente (gli appartamenti sono già
abitati) mentre il centro
anziani
è ancora in costruzione, il centro
sportivo Persiani Nuccitelli
in via Mariano da Sarno non è pubblicamente agibile perché
dopo più di due anni non è stato ancora collaudato
dagli uffici tecnici del comune, così come i
giardini
limitrofi che versano oramai in uno stato di fatiscenza e incuria
(nonostante la libera iniziativa dei cittadini unici a curarsene). Il
Comitato di Quartiere si oppose alla logica perversa di
subordinazione degli spazi sociali a interessi di mercato che rendono
la riqualificazione un gioco a somma zero: se si guadagna da una
parte si deve inevitabilmente perdere da un’altra parte.
L’arroganza politica allora ha dato modo di perseguire quelle
infelici scelte urbanistiche e oggi ne paghiamo le conseguenze. Ma
non basta! Altri
metri cubi di cemento sono previsti a piazza del Pigneto per
costruire l’ennesimo PUP,
box privati da vendere a caro prezzo, cancellando l’unico piccolo
giardino della zona. Oltre al completamento dei circa 300
appartamenti dell’art.2, ci
sono in programma 1350 alloggi
(piano Casilino, via Vibio Sequestre, ex Serono, ex Cinema Impero,
viale Irpinia, casale Somaini), per
un aumento insostenibile di abitazioni nel VI Municipio.
Le
speculazioni nella zona a ridosso di Porta Maggiore si inseriscono in
un contesto di generale intervento sull’asse Prenestina-Casilina.
Per la trasformazione e riconversione del Centro
Carni di Via Palmiro Togliatti,
ad esempio, è prevista ‘l’introduzione di funzioni di
qualità’ ovvero alloggi di lusso e un altro centro
commerciale in una zona a forte degrato che da decenni ha fame di
cultura, servizi, investimenti sociali. Nel Parco di Tor Tre Teste,
in una delle poche zone verdi e agricole rimaste integre all’interno
del raccordo anulare, è in preparazione una ulteriore
speculazione edilizia per 137.500 mc di cemento grazie all’ennesima
compensazione edificatoria alla quale si stanno opponendo con forza
associazioni e comitati. Forse è ora di unire le forze.
I
PROPOSITI DELL’ATAC
Nell’attuale
deposito ATAC di Porta Maggiore si vorrebbe riversare una
colata di cemento
nei 22.600 mq interessati. Senza dubbio una scelta irresponsabile che
contrasta con le reali esigenze di un territorio in cui mancano
soprattutto spazi verdi, asili nido comunali, piazze, luoghi di
incontro e di socializzazione pubblici capaci di rispondere ai
cambiamenti in atto. Al contrario si vorrebbero aprire numerosi
servizi privati, tutti a pagamento, rivolti ad una classe medio-alta.
Ma
la cosa più grave è che in un quartiere strangolato dal
traffico
e dalla speculazione
immobiliare
l’amministrazione vorrebbe far costruire in sostanza tre palazzi su
via del pigneto, altri negozi e conseguentemente altri box auto e
parcheggi. Queste scelte urbanistiche aggraverebbero ancora di più
il traffico nella zona e allo stesso tempo non risolverebbero la
condizione d’emergenza abitativa di molti abitanti del quartiere ad
oggi sotto sfratto (per lo più anziani), in condizioni di
sovraffollamento o costretti a pagare affitti insostenibili anche per
un posto letto.
A
questo scopo, l’assessorato all’Urbanistica del Comune e il VI
Dipartimento per la “programmazione e pianificazione del
territorio” hanno inventato
un concorso internazionale del costo totale superiore ai 300.000 euro
(che considerando le cifre
rese pubbliche) per
selezionare “un’idea architettonica” sulla quale basare (in
parte) il progetto urbanistico che ripenserà l’attuale
destinazione dell’area occupata dal deposito dei tram. Il tutto
condito da un’apparente richiesta di partecipazione degli abitanti
del quartiere: decisamente apparente, visto che l’asta per la
vendita è prevista per il prossimo gennaio 2008! Facciamo
presente che nel bilancio del VI Municipio quest’anno per la
cultura si sono spesi 40.000 euro, poco più di un decimo del
costo del concorso. A questo punto è lecito domandarsi se si
tratta o meno di sperpero di
denaro pubblico.
LA
MOBILITAZIONE DEI CITTADINI
Cosa
fare dell’area che l’ATAC vuole dismettere e consegnare nelle
mani della speculazione immobiliare che da tempo sta seppellendo la
città sotto una grande colata di cemento?
E’
questa la domanda di fondo che gli abitanti del Pigneto si sono posti
in due
affollate assemblee del 27/10 e del 17/11.
E’
la stessa domanda che avrebbe dovuto fare il Comune in ascolto della
volontà popolare e non metterci davanti a dieci idee-progetto
elaborate a nostra insaputa: a noi non restava che sceglierne una.
La
democrazia non viene lesa solo dai colpi di stato, ma anche da queste
pratiche
che presumono di decidere, dall’alto, del nostro futuro e della
nostra vita.
Ebbene
come primo passo, l’assemblea dei cittadini ha respinto
all’unanimità un tale metodo. Abbiamo ribadito con forza che
un’area del nostro territorio, acquistata un secolo fa con i nostri
sacrifici e non con i soldi privati di una dirigenza che crede di
potere fare quello che vuole, non può subire un cambiamento
della sua destinazione d’uso originaria senza il parere della
collettività.
Che
partecipazione ci offrono gli amministratori quando ci chiamano a
vedere e votare come in una giuria televisiva i plastici e i disegni
dei progetti, mentre noi
vorremmo discutere la scelta iniziale di cancellare uno spazio
pubblico?
Non
ce ne voglia nessuno se guardando la simulazione al computer di
‘Central Park’, il progetto che ha vinto il concorso di idee, non
vediamo il teatro e i laboratori e al posto della lussureggiante
vegetazione vediamo la sporcizia e l’erba secca del giardinetto di
piazza del Pigneto o gli alberi morti dei giardini Persiani
Nuccitelli, proprio a un tiro di sasso dal ‘Central Park’.
Le
abitazioni da costruire sono di lusso, e in questo ringraziamo gli
stessi progettisti per la franchezza con cui ci riportano la notizia,
quasi a scusarsi che non sono per noi, e ricordarci che pian piano
verremo espulsi dal Pigneto dagli alti costi della vita. Non crediamo
però che sia così, la matrice operaia e popolare del
quartiere ha saputo trovare nell’arco di quasi ottanta anni forme di
espressione, tra crisi e contraddizioni, di valori come l’impegno, la
solidarietà, l’antifascismo e ha influenzato anche il ceto
medio e giovanile che ora abita nel quartiere. Noi vorremmo che
questa identità fosse il punto di partenza di qualsiasi
intervento sul Pigneto, un’identità che nega l’esistenza di un
quartiere a due velocità, una per chi ha soldi e una per chi
non ne ha, perchè chi non sa rielaborare in maniera creativa
la tradizione non capisce il presente e non riesce nemmeno a
immaginare il futuro. Per questo rilanciamo
con forza il progetto di uno spazio pubblico come punto di partenza
in cui sia possibile confrontarsi e creare per tutto il quartiere
senza esclusioni.
Prima
di essere una questione legale è una questione di sensibilità
politica, di rispetto in cui le leggi devono alimentarsi se vogliono
tutelare le istanze e i bisogni del popolo. I partiti sono arroccati
in decisioni che provengono sempre di più dall’alto e la
vita democratica delle istituzione ne è drammaticamente
impoverita. L’istituzione municipale non ha potere, il blocco del
decentramento voluto da Veltroni lega le mani dei parlamentini
locali; ma questa battaglia non può restare dentro i contorni
“amministrativi”, si tratta di una battaglia tutta politica e noi
vogliamo assumerci la volontà di portarla avanti .
IL
METODO: AFFERMARE UNA REALE PARTECIPAZIONE
Non
ci interessa dire quale progetto rispettasse le cosiddette linee
guida proposte, se questo fosse il migliore o quello il peggiore,
abbiamo affermato con forza che il metodo seguito finora è
sbagliato.
I
cittadini hanno espresso tutti il timore che questi
progetti avveniristici non sono legati in alcun modo alla storia del
territorio e rispecchiano decisioni prese dall’alto
senza il parere degli abitanti e dei lavoratori.
Per
questo riuniti in assemblea hanno chiesto all’assessore
all’Urbanistica Morassut e a quello alle Periferie Pomponi, per il
tramite del Municipio, di interrompere il percorso intrapreso e,
contemporaneamente, hanno espresso la volontà di organizzarsi
per elaborare e proporre dei progetti che siano espressione degli
abitanti.
Solo
dando realmente la parola ai cittadini potranno emergere i bisogni,
le necessità e le contraddizioni presenti nel quartiere
Pigneto,
diventato negli anni un imbuto per le automobili e un territorio dove
le speculazioni edilizie e commerciali hanno preso il sopravvento
sulla vivibilità e l’armonia del quartiere. Il comitato di
quartiere ha ottenuto per il 12 dicembre un consiglio municipale
aperto ai cittadini per prendere una posizione chiara sullo stop alla
procedura d’asta.
COSA
SERVE A QUESTO QUARTIERE
Questo
quartiere, cesura tra il centro e la periferia della città,
non può permettersi che le trasformazioni di uno spazio così
grande e centrale vadano a peggiorare la qualità della vita di
tutti noi ma al contrario devono servire a risolvere i già
numerosi problemi esistenti.
Viviamo
come schiacciati da una doppia viabilità e da un doppio
traffico su due piani (la Casilina e Prenestina su un livello e la
Tangenziale ai piani superiori) che scarica nei nostri polmoni un
doppio inquinamento.
Il
degrado ambientale e del suo “habitat” non può essere
risolto con un aggravio abitativo a vantaggio della speculazione
edilizia, il VI Municipio è il più densamente abitato,
il quintultimo per gli standard di verde, e il più sporco in
assoluto, primato che detiene da anni. Negli incontri pubblici fra i
cittadini sono state elaborate delle proposte e individuate delle
priorità, chiediamo che vengano messe subito allo studio. I
tempi burocratici, che vivono sui ritardi, vengano accorciati al
massimo.
La
memoria storica
Qualsiasi
tipo d’intervento non può non tenere in considerazione
l’enorme valore storico del manufatto quale esempio di archeologia
industriale e luogo della memoria della città.
La
storia del deposito è la storia della municipalizzazione della
gestione del diritto alla mobilità nella città di Roma,
almeno fino all’amministrazione Rutelli che ha avviato il processo
di privatizzazione delle aziende comunali.
Non
è tutto. In questo luogo è passata la Grande Storia: lo
sviluppo di Roma Capitale con l’elettrificazione della città
e l’ampliamento urbano fuori le mura, le tragiche vicende della
Prima Guerra Mondiale quando le vetture speciali trasportavano i
feriti dalle stazioni agli ospedali e il servizio pubblico era
garantito dalle lavoratrici. Nell’ultimo conflitto mondiale il
deposito è stato teatro del disastroso bombardamento
alleato del 1943,
causa della distruzione di 69 tram e il danneggiamento di altri 219 e
nel quale persero la vita tanti lavoratori (ricordati in una epigrafe
all’interno del deposito). Gli stessi ferrotranvieri, abitanti del
quartiere, che rappresentano la storia
del movimento operaio a Roma
(durante il biennio rosso dal 17 al 30 settembre del 1920 gli operai
occupano lo stabilimento); che hanno combattuto il fascismo prima
(nel 1923 vengono licenziati complessivamente 4200 lavoratori
dell’atm perchè antifascisti) e l’occupazione nazista dopo;
che hanno condiviso la lotta con altre categorie per la conquista
dei diritti dei lavoratori e l’affermazione di principi democratici
e solidali, sui quali è cresciuto il quartiere, ad oggi
sempre più in pericolo. Per questo vorremmo che una parte
dell’area sia dedicata ad un museo
interattivo del Tram
per salvaguardare e valorizzare l’importanza della rimessa in
quanto tale e la storia dei suoi lavoratori.
Il
verde e la socialità
A
nostro parere è prioritario inserire nella progettazione del
nuovo spazio zone
di verde pubblico attrezzato e aree gioco per i bambini.
Pensiamo ad uno spazio che abbia la capacità di fare
incontrare e comunicare le diverse componenti del tessuto sociale,
nuovi e vecchi abitanti, giovani e anziani, bambini e adulti, romani
e immigrati da altri luoghi di Italia e del mondo. Uno spazio dove
sia possibile la costruzione dei diritti di cittadinanza a partire da
momenti ludici e comunitari; dove giocare, mangiare, divertirsi,
discutere insieme è possibile in una dimensione di accoglienza
e non di esclusione.
I
servizi pubblici
È
importante pretendere che eventuali servizi al territorio nel nuovo
spazio siano di natura pubblica e non privata, per permettere
a tutti il loro utilizzo.
Naturalmente va data priorità alle mancanze e a quei servizi
che per ragioni di spazi inadeguati e fatiscenti si trovano ad essere
insufficienti e in pericolo di soppressione. Sono tanti i disaggi che
i cittadini soffrono ma non esiste, almeno pubblicamente, uno studio
di fatto. Prima di venderci aria fritta per svendere ai privati, si
faccia un serio monitoraggio ed un piano d’intervento che punti
anche all’utilizzo degli spazi del deposito ATAC.
Le
arti e i mestieri
In
un quartiere dove l’artigianato è stato da sempre l’attività
produttiva più caratteristica, ci immaginiamo una sorta di
città
dell’artigianato
(strutture per la formazione, promozione, produzione e commercio)
capace di essere una possibilità occupazionale per i giovani
disoccupati o precarizzati del quartiere, un rilancio per le attività
presenti, un percorso di recupero e valorizzazione dei saperi dei
vecchi artigiani in pensione, uno strumento d’espressione diretta
della creatività delle diverse comunità presenti sul
territorio valorizzando le tipiche tradizioni artigianali.
Nella città
dell’artigianato
il lavoro sottoposto alle
regole della manualità è concepito come un bene di per
sé che la comunità è chiamata a sostenere perché
è creatore di rapporti, di scambio di saperi e di conoscenze
che, altrimenti, muoiono.
Nel cuore della città
dell’artigianato
noi progettiamo di far nascere una grande scuola di specializzazione
di arti e mestieri, un centro della cultura del “fare” che allo
stesso tempo, sia luogo di incontro, di convegni, di mostre, di
frequentazione turistica.
Nel nostro quartiere si va sempre più
delineando una realtà umana multietnica. La città
dell’artigianato
deve diventare lo spazio di
incontro con altri saperi con altre culture e tecniche lavorative
dove tutti si sentono artefici di una nuova esperienza relazionale e
solidale innestata sul tessuto del lavoro operaio.
Il
risparmio energetico
In
un territorio pesantemente attanagliato dallo smog, che in passato ha
subito un pesante impatto ambientale dato dai tanti stabilimenti
industriali, vogliamo che si vagli la possibilità di
progettare una centrale ad energia rinnovabile per il quartiere
(considerando le soluzioni di co-generazione, tele-riscaldamento su
media scala…..). Realizzare un’opera capace di risarcire il
quartiere dell’alto costo finora pagato in termini di qualità
dell’aria e dell’inquinamento acustico, e allo stesso tempo
contribuire all’obiettivo del risparmio energetico e della
diminuzioni delle emissioni atmosferiche, seguendo le direttive
europee alle quali anche il Comune di Roma deve velocemente
adeguarsi.
L’Italia
è in forte ritardo come politica industriale e energetica per
raggiungere l’obiettivo UE del 25% d’energia prodotta da fonti
rinnovabili entro il 2011.
Qui
assistiamo continuamente a dichiarazioni vaghe e promesse vane da
parte dei governi (locali o centrali che siano) in merito alla
gravosa situazione energetica e al progressivo surriscaldamento
globale. Vorremmo ragionare su soluzioni concrete piuttosto che a
progetti di facciata e giornate ecologiche inutili, ne vale del
nostro futuro.
La
struttura architettonica e la posizione urbanistica del deposito ATAC
ci permetterebbe
di
lanciare un progetto unico per la sperimentazione di nuove forme di
approvvigionamento energetico e di risparmio per la città.
Seguendo l’esempio di numerose città europee come abbiamo
visto e di pochi comuni italiani, tra questi Toracica. Il paesino nel
Parco del Cilento che da quest’anno si converte alla tecnologia a
basso impatto ambientale e lunga durata nell’illuminazione pubblica,
adottando i lampioni a LED (700
punti luce per un investimento, grazie a fondi regionali, di 280 mila
euro che, si prevede, rientreranno entro 6 anni.
L’impianto genera un risparmio
energetico del 65%, una riduzione dei costi di manutenzione del 50% e
dell’ inquinamento luminoso del 90%).
AVVIARE
UNA NUOVA STAGIONE DI PROTAGONISMO DEI CITTADINI
Vogliamo
avviare una nuova stagione di partecipazione alla vita della città.
La
musica è cambiata significa che ci siamo stancati e
pretendiamo che le amministrazioni escano fuori dal teatrino per
confrontarsi su progetti e idee che vengono dall’esperienza
quotidiana degli abitanti del quartiere.
Vogliamo
che la città si sviluppi secondo criteri di sostenibilità
e qualità
della vita,
l’opposto di quella che vorrebbero i poteri forti.
No
a colonizzazioni
dei quartieri in vista dei guadagni della speculazione!
No a
una socialità mediata solo da rapporti di consumo e di denaro!
Invitano
tutto il quartiere a partecipare alle iniziative per chiedere lo stop
alla vendita delle aree pubbliche e l’inizio di un vero dibattito sul
loro utilizzo.
Facciamo
un appello a tutti i comitati e associazioni, che in tutta Roma
difendono gli stessi obbiettivi, a costruire forme di coordinamento e
una conferenza cittadina per condividere informazioni e forme di
lotta per bloccare gli accordi di programma
sui cambiamenti del piano regolatore.
COMITATO
DI QUARTIERE PIGNETO PRENESTINO
C.S.O.A.
EX SNIA VISCOSA – ASSEMBLEA PER LA SALVAGUARDIA DEL DEPOSITO ATAC